12 Oct, 2026 - 17:00

La storia del piccolo Federico, l'unico bambino italiano ucciso durante una visita protetta

La storia del piccolo Federico, l'unico bambino italiano ucciso durante una visita protetta

"Mio figlio aveva paura. I bambini non sognano i genitori che li uccidono, come fece mio figlio l'ultima notte che visse con me". Federico Barakat aveva otto anni quando suo padre lo massacrò a coltellate durante un incontro protetto nella ASL di San Donato Milanese, prima di suicidarsi: era il 25 febbraio 2009.

Sono trascorsi oltre 17 anni da allora. Sua madre, Antonella Penati, non ha mai smesso di chiedere giustizia per suo figlio e di combattere affinché nessun altro bimbo debba morire per mano di un genitore. Un obiettivo che è tutt'altro che semplice da raggiungere: "L’Italia è tra i Paesi nei quali i femminicidi sono all’ordine del giorno e il numero dei figlicidi è un fenomeno allarmante" sottolinea. 

Partendo dalla sua personale esperienza di profondo dolore, ha deciso di portare alla luce una realtà purtroppo ignorata e, a suo parere, banalizzata: quella dei figli paterni, parlandone nel libro Mostri a piede libero - La storia di Federico B. e il figlicidio paterno, con la prefazione del giornalista Riccardo Iacona, pubblicato a settembre 2026 (Santelli Editore).

La storia di Federico Barakat, ucciso a 8 anni dal padre durante un incontro "protetto"

"Federico è stato l'unico bambino in Italia e in Occidente ucciso durante una visita protetta, mentre era sotto la custodia dello Stato. Sottolineo questo particolare perché il grado di responsabilità di coloro che dovevano proteggere un minore, sul piano giuridico e costituzionale, doveva essere all'ennesima potenza. Ciò non è avvenuto" spiega Antonella Penati, oggi sociologa, responsabile UDI - Unione delle Donne di Milano APS e Presidente dell'Associazione Federico nel Cuore ODV.

"Mio figlio è stato massacrato con 37 coltellate dal padre, che poi si è suicidato sopra di lui: è stato lasciato dissanguare per 57 minuti sul pavimento dell'ASL. Avevo denunciato quest'uomo dieci volte: avevo subito un'aggressione e un tentato omicidio nel 2006, lui aveva provato a portare via Federico dalla scuola dell'infanzia due volte. I servizi sociali erano stati allertati la mattina stessa del 25 febbraio 2009 della pericolosità di quell'uomo, nonché dell'ennesimo tentativo di entrare a casa di mia madre sfondando la porta e di tamponarmi su un cavalcavia, mentre mio figlio era a bordo" ricorda.

"C'erano tutti i presupposti per una tragedia: lui era un malato terminale, aveva dei problemi di dipendenza e una perizia psichiatrica aveva attestato un disturbo bipolare della personalità aggressivo-violento. Il perito del tribunale aveva messo per iscritto, nero su bianco, di non far avvicinare il bambino al padre perché poteva essere pericoloso per la sua incolumità. Nessuno mi ha ascoltato, nessuno ha ascoltato mio figlio" racconta, con la voce rotta.

"Federico lo chiamava mostro. Perché quando un bambino sogna un genitore che lo uccide o gli fa del male, a livello scientifico, accademico, pedagogico, psichiatrico, è sintomo del fatto che il bimbo è vittima di un probabile abuso oppure si trova in una situazione di grave pericolo".

Il processo a carico dei tre imputati rinviati a giudizio per la morte di Federico - una dirigente del servizio sociale, un'assistente sociale e un educatore - si è concluso con la loro assoluzione.

"Queste persone non mi hanno mai detto nemmeno un: 'Ci dispiace!' La sentenza Barakat stabilì che gli operatori non avevano l'obbligo di protezione fisica del minore in ambito protetto, quest’obbligo non fu precisato nel decreto d'affido all'ente. Una cosa assurda, che fa giurisprudenza e che mette in pericolo migliaia di piccoli innocenti obbligati a vedere il genitore anche se pericoloso e violento" evidenzia Antonella Penati.

"La sentenza nega l'importanza delle norme costituzionali che sono, in ordine gerarchico, prioritarie rispetto alle norme ordinarie, dove a livello costituzionale in mancanza di entrambi i genitori oppure di uno solo, il bambino deve essere protetto dallo Stato. Mio figlio è stato massacrato all'interno di un ente dello Stato e nessuno ha pagato. Questo è l'orrore italiano" afferma decisa.

Dopo il ricorso (respinto) alla Corte europea per i diritti dell'Uomo, Antonella Penati non si è fermata. "Stiamo aspettando che almeno l'ONU faccia giustizia", afferma.

 

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Federico Barakat

 

Perché è nato il libro "Mostri a piede libero"

Antonella Penati ha sentito la necessità di scrivere il libro Mostri a piede libero a 17 anni dall'omicidio di Federico perché, purtroppo, poco è cambiato da quel giorno, soprattutto sul piano culturale e della formazione degli operatori dei servizi territoriali che, secondo l'autrice, continuano ad applicare una bigenitorialità forzata nonostante un genitore violento.

"Viviamo in un mondo ancora profondamente patriarcale, dove si è arrivati addirittura a negare il femminicidio e dove Il figlicidio addirittura sparisce dai radar della discussione pubblica" evidenzia l'autrice con amarezza.

"L'unica organizzazione che in Italia si occupa della rilevazione di questo reato è l'Osservatorio Federico nel Cuore. Sappiamo che se un crimine non viene studiato e analizzato, di fatto non viene considerato. È invece fondamentale farlo, perché solo attraverso una corretta rilevazione e analisi del fenomeno è possibile intervenire con politiche sociali e giuridiche mirate", sottolinea Penati.

Il volume non si limita a ricostruire la vicenda di Federico: rappresenta un vero e proprio studio del figlicidio paterno condotto attraverso una prospettiva sociologica, antropologica e criminologica.

"L’opera analizza il fenomeno nella sua dimensione strutturale, riportando i dati disponibili sul figlicidio paterno e documentando il legame sistemico che esso presenta con il femminicidio, evidenziando come entrambi siano espressioni di una medesima matrice culturale e di dinamiche di potere che attraversano le relazioni familiari e sociali", spiega.

"Ciò che il libro Mostri a piede libero finalmente chiarisce è che i figlicidi in Italia avvengono soprattutto per mano paterna. Ovviamente l'Associazione Federico nel Cuore e io non siamo contro i padri italiani, perché la maggioranza di loro sono dei bravi papà" sottolinea Penati con forza. “È quel 20% di padri violenti che miete la stragrande maggioranza di vittime, di bambini e donne uccisi ogni anno. Il problema sono gli uomini violenti" chiarisce l'autrice.

"Nel 2026 non possiamo continuare a pensare che un padre violento sia comunque un buon padre. Non è così e non lo dico io, lo dice la scienza. Una persona violenta è pericolosa soprattutto per un bambino che non può difendersi. I bambini non devono essere esposti a dei genitori inadeguati: siano essi madri con disturbi psicologici o padri violenti. Deve prevalere l’interesse supremo del minore".

I numeri parlano chiaro: sono 565 bambini che sono stati uccisi da un genitore nell’arco di 25 anni, l’87% dei quali per mano del padre. "Secondo l’analisi criminologica, ciò si spiega con la vendetta contro la madre. Il bambino è uno strumento per colpire la partner. Il figlicidio è spesso seguito anche da un femminicidio", racconta Antonella Penati. 

"Il figlicidio commesso dalla madre viene definito, in ambito accademico, 'altruistico': ossia 'uccido mio figlio/a per portarlo via da una situazione di malattia, di pericolo, o addirittura nella convinzione che il bambino o la bambina fossero malati. Quel 13% rappresenta una quota ridotta di madri che hanno problemi di natura psichiatrica. Non ho rilevato in 17 anni che una donna uccida un figlio per vendetta. La vendetta è un esclusiva maschile e le modalità con cui i padri uccidono i figli sono di una ferocia inaudita".

Con il suo libro Antonella Penati intende lanciare un messaggio preciso. "Sia come madre, come sociologa, e come presidente dell'associazione intitolata a Federico ho a cuore il destino di tutti i bambini, perché i diritti civili devono essere garantiti per chiunque si trovi sul territorio nazionale. La violenza è violenza. E i bambini devono essere tenuti lontano dalla violenza. Ribadisco, io non sono contro i padri perbene, tengo a sottolinearlo. Anzi: chiedo a loro di aiutare le madri in questa battaglia che è indubbiamente molto dura".

Federico, che sognava di diventare carabiniere

Alla domanda su chi fosse Federico, la commozione di Antonella Penati è palpabile: non aveva neanche compiuto nove anni, eppure aveva già le idee molto chiare.

"Federico era un bambino straordinario, come l'ha definito chi lo conosceva. Era molto intelligente, molto sensibile e  un grande sportivo. Era diventato grande in fretta, perché ne aveva viste tante da suo padre", sottolinea.

"Mi diceva: 'Mamma amore – lui mi chiamava così – quando sarò grande farò il carabiniere e ti difenderò io. Quando compirò 9 anni andrò dal giudice a dire che le signorine hanno fatto ciambella con il mostro'. Da qui il titolo del mio libro, Mostri a piede libero", racconta Antonella Penati.

"Ogni volta che doveva vedere il padre, la notte prima faceva la pipì a letto per la paura che aveva di lui. Durante le visite si comportava come un soldatino: era il suo modo di proteggersi e di proteggermi. Ogni volta al suo rientro mi diceva: 'Mamma faccio tutto quello che mi dice, così non urla e non se la prende poi con te facendoci gli agguati sotto casa'. La cosa che mi distrugge dentro è che avrei dovuto esserci io a difenderlo quel giorno. Invece me lo impedirono di fatto, obbligando mio figlio a vedere, in ambito protetto, il padre anche se pericoloso; di fatto furono i servizi sociali ad andarlo a prendere a scuola per portarlo all’incontro con il suo massacratore, per poi riconsegnarmi Federico in una bara bianca. Non mi hanno ascoltato né hanno ascoltato il mio bambino. Ora lui non c'è più. Ora Federico, il mio bellissimo bambino, è polvere di stelle".

-Foto originale ottimizzata e modificata con strumenti di IA-

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