02 Oct, 2026 - 16:00

Il dolore dei genitori che perdono un figlio ora ha un nome: "Atèfano"

Il dolore dei genitori che perdono un figlio ora ha un nome: "Atèfano"

“La morte di un figlio è come uno tsunami che sconvolge tutte le cellule del cuore, della mente e del corpo: nonostante il trascorrere del tempo, non torneranno mai più nella stessa posizione di prima”. Silvia Ravera ha perso sua figlia Rachele Franchelli il 12 ottobre 2024, a un mese dal suo diciassettesimo compleanno e dopo un anno e mezzo di cure contro un tumore cerebrale.

Un’esperienza devastante che ha portato alla luce una dolorosa assenza nella lingua italiana: se ci sono orfani e vedovi, come possono essere definiti i genitori che perdono un figlio?

Da questa mancanza nasce “atèfano”, il neologismo promosso proprio dai familiari di Rachele, che hanno voluto trasformare la loro grave perdita in un progetto di solidarietà, sensibilizzazione e vicinanza alle persone colpite da un lutto profondo e finora impronunciabile.

Cosa significa “Atèfano” e perché è fondamentale
promuoverne l’uso

La parola è nata dall’esigenza di dare un’identità ai genitori che perdono un figlio. “Non c’è neanche un termine che definisce un fratello che perde una sorella, ma abbiamo dato la precedenza a loro” spiega Silvia Ravera.

Da qui è iniziata la ricerca di una parola che potesse raccontare non solo il suo dolore, ma anche quello di tutte le mamme e i papà che hanno dovuto affrontare un lutto innaturale.

"Abbiamo trovato un nome derivato dal greco che mi è piaciuto subito. Ad ‘A’, prefisso negativo, abbiamo unito ‘teknon’, che vuol dire figlio, ‘il figlio amato’”, racconta. “Aggiungendo ‘fano’ che significa ‘privo di’, è nata la parola ‘atèfano’, con l’accento sulla e: ‘genitore che è stato privato del proprio figlio’”.

L’obiettivo non è soltanto introdurre questa nuova definizione, ma riconoscere pubblicamente una condizione di dolore che spesso, con il passare del tempo, diventa invisibile.

“Con ‘atèfano’ vogliamo offrire alla lingua e alla società una parola cheaccolga il dolore, ma che allo stesso tempo riconosca la dignità e la forza di chi continua a vivere, amare e donare dopo una perdita così grande” sottolinea mamma Silvia.

“Crediamo che le parole possano curare, quindi quando il linguaggio riesce a nominare ciò che prima era indicibile, permette alla comunità di condividere, comprendere e soprattutto prendersene cura”.

L’iniziativa ha ricevuto un riscontro positivo dall’Accademia della Crusca, che ha definito il neologismo ‘corretto e colto’, in quanto derivato dal greco.

Però, per far sì che possa entrare in un dizionario, è necessario che sia conosciuto e utilizzato. La famiglia Franchelli non si è persa d’animo e ha iniziato a bussare alle porte delle istituzioni. La Regione Liguria e la RegionePiemonte stanno già sostenendo il progetto, insieme a numerosi Comuni, circa quaranta al momento, che hanno adottato questo termine.

I familiari stanno inoltre portando “atèfano” negli ospedali e nelle scuole, con l’obiettivo di promuovere empatia e attenzione verso chi attraversa la malattia o il lutto. In autunno partirà anche un progetto legato ad alcune borse di studio.

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Rachele e mamma Silvia

La storia di Rachele e dell’associazione in sua memoria

Rachele, nonostante la malattia, aveva mantenuto un atteggiamento positivo e una grande attenzione verso gli altri. Durante le cure all’Istituto Tumori di Milano, racconta la madre, riusciva a sostenere anche ragazze più grandi di lei, alcune già all’università, che faticavano ad accettare la diagnosi.

Le amiche e gli amici non l’hanno mai abbandonata, donandole grande forza: un dettaglio che Silvia Ravera sottolinea con dolcezza. “Quando si scopre di avere un tumore, spesso il primo mese gli amici sono presenti perché sono scioccati dalla malattia. Poi, invece, tendono ad abbandonare, perché stare accanto a una persona con una patologia del genere significa comunque stare male”, racconta.

Nel caso di Rachele, però, è stato diverso: hanno rappresentato un sostegno che la ragazza considerava fondamentale e che la madre oggi indica come un esempio per tutti. “Nelle scuole sottolineiamo l’importanza che hanno gli amici: sono loro che fanno la differenza: sono più di una medicina”.

Dopo la sua morte, la famiglia e gli amici hanno creato l’associazione Rachele Franchelli: uno sguardo senza confini APS, per mantenere vivo il suo ricordo e trasformare il dolore in iniziative a favore degli altri. Oltre a promuovere il termine ‘atèfano’, l’associazione sta portando avanti anche altre iniziative.

ll primo obiettivo è stato sostenere Casa Frizzi, una struttura di Milano che accoglie le famiglie dei bambini oncologici e che ha permesso loro, durante le terapie della giovane, di restare insieme.

“Le radioterapie di un tumore cerebrale durano mezz’ora al giorno, ma sono devastanti. Noi tutti volevamo stare vicino a Rachele e abbiamo capito la necessità di poter usufruire di posti del genere”, spiega.

Il secondo progetto riguarda l’Istituto Gaslini dove, evidenzia, ”abbiamo trovato un’umanità incredibile”. L’associazione ha deciso di donare strumenti e apparecchiature necessarie al reparto di emato-oncologia.

Il terzo obiettivo è rivolto al Kenya, attraverso le adozioni a distanza. “In questi 19 mesi abbiamo adottato 15 ragazzine per due anni, alcune già per tre” dichiara Silvia Ravera. Si tratta di un progetto che il liceo Giordano Bruno di Albenga, frequentato da Rachele, porta avanti da 30 anni e al quale sia lei sia il fratello Gastone avevano aderito.

L’iniziativa permette alle ragazze di evitare matrimoni precoci, di sfuggire alla disumana pratica dell’infibulazione, di ricevere almeno un pasto quotidiano e soprattutto di frequentare la scuola.

Per il 2027-2028 è prevista la realizzazione del “villaggio di Rachele”, con la possibilità per familiari e amici di visitare il Kenya e conoscere direttamente le realtà sostenute. “Rachele è stata seguita con amore anche dai suoi insegnanti del liceo artistico, con lezioni individuali spesso recandosi a casa nostra”, racconta la mamma.

 

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Rachele e papà Mauro

La morte di un figlio? “Un dolore immane da trasformare in opportunità”

Cosa consiglierebbe ai genitori che si ritrovano ad affrontare una sofferenza tanto profonda? “Il mio consiglio è di piangere più che si può, di tirare fuori tutto questo dolore, di non tenerselo dentro e di farsi aiutare da professionisti”, risponde Silvia Ravera. Poi, con il tempo, può arrivare una nuova forma per affrontare il lutto. 

“Quando, tra le lacrime, arriva la consapevolezza dell’irrimediabilità della scomparsa, bisogna trasformare il dolore in un’opportunità. Quindi in qualcosa di bello, che ricordi tuo figlio o tua figlia facendo del bene agli altri”.

Del resto, sottolinea mamma Silvia, “sono sicura che riabbraccerò Rachele. E vorrei che quel giorno fosse orgogliosa e fiera di noi, di quello che abbiamo fatto in sua memoria”.

 

 

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