13 Oct, 2026 - 17:15

Preferiamo scoprire le vite degli altri per scappare dalle nostre

Preferiamo scoprire le vite degli altri per scappare dalle nostre

Negli ultimi anni siamo diventati tutti pazzi per i biopic. Lo confermano i numeri al botteghino e la frenetica corsa degli sceneggiatori a portare sul grande schermo le vite di personaggi iconici. 

Ma cosa si nasconde dietro questa mania? La curiosità è senza dubbio una prima risposta. Vogliamo conoscere tutti i dettagli di star leggendarie: scoprire gli anni giovanili di Bob Dylan in A Complete Unknown, capire cosa ha spinto Bruce Springsteen a comporre uno dei suoi album più significativi, come Nebraska in Springsteen: Deliver Me from Nowhere oppure assistere all’ascesa di un mito come Michael Jackson.

Il desiderio di “spiare” gli altri, andando a curiosare nei retroscena meno mainstream delle loro storie, però, può essere il sintomo di un’altra esigenza. I biopic sono diventati lo strumento perfetto per  evitare di guardarsi dentro, proiettando paure, ambizioni e speranze sul grande schermo.

Una tendenza confermata dalle statistiche: nel 2026 Michael, il biopic su Michael Jackson diretto da Antoine Fuqua e interpretato dal nipote della popstar, Jaafar Jackson, ha superato il miliardo di dollari in tutto il mondo, conquistandosi il titolo di film biografico con il maggiore incasso di sempre.

Perché i biopic vanno tanto di moda?

Da diversi anni i biopic foraggiano l’industria cinematografica. Una mania che rispecchia perfettamente i gusti del pubblico in sala: guardare alle vite degli altri - soprattutto delle star - in cui ogni eccesso, ogni stravaganza sembra giustificata, ma che sono anche storie che urlano: “Ce l’ho fatta!”.  E Hollywood non ha perso tempo, cavalcando alla grande questa tendenza: raccontare i retroscena di un personaggio famoso, nella gran parte dei casi, è più semplice e redditizio che inventarne una da capo.

Oggi i biopic vanno per la maggiore perché sono in grado di rassicurare il pubblico: gli spettatori conoscono già il finale della storia. Bob Dylan diventerà la voce di un’intera generazione, Bruce Springsteen sarà il simbolo dell’America a stelle e strisce, Michael Jackson conquisterà la corona di re del pop. 

Conoscere già la storia - o almeno una parte - non toglie magia al racconto, anzi: permette al pubblico di scoprire nuovi retroscena, di immedesimarsi nei panni di una star, comprendo meglio il peso di alcune scelte, i demoni del passato, così da riuscire a vedere l’essere umano oltre al mito.

In un’epoca in cui le vite di tutti finiscono in vetrina sui social, andare a curiosare in quelle altrui ha un effetto quasi catartico: possiamo esprimere giudizi, provare empatia e sognare senza la preoccupazione di esporsi. 

Il biopic trasforma l’identità altrui in un laboratorio emotivo: ci chiede “avresti fatto lo stesso?”, ma ci risparmia la risposta più scomoda, quella relativa alla nostra esistenza quotidiana.

E scoprire i mostri nell’armadio o le crisi dei miti ci rassicura ulteriormente: tiene accesa la fiamma della speranza e ci ricorda che nessuna vita, nemmeno la più patinata, è davvero perfetta.

La biopicmania alimenta da anni l’industria cinematografica

La biopicmania non è certamente una novità nel 2026, ma è un fenomeno che ha preso sempre più piede negli ultimi anni, portando al cinema le storie di leggende. Quest’anno il biopic su Michael Jackson ha battuto tutti i record nell’ambito dei film biografici.

Ma il successo non è stato determinato solo dall’amore del pubblico per il re del pop e il desiderio di omaggiarne la memoria: è la prova che la ricostruzione delle vite altrui continua a vivere nella memoria collettiva.

Negli ultimi tempi, da Bohemian Rhapsody sui Queen a Rocketman su Elton John, passando per Elvis e Oppenheimer, fino ai più recenti lavori su Bob Dylan, Bruce Springsteen e Michael Jackson, l’interesse per i biopic da parte del pubblico non accenna a fermarsi. Così Hollywood continua a portare le storie dei grandi al cinema, facendo soldi a palate grazie alle vite degli altri.

Del resto è una scommessa irresistibile sia per i produttori che per gli sceneggiatori: il rischio di fare flop è quasi zero per via della curiosità che si scatena nel fandom di un personaggio e intorno a tutto il suo patrimonio artistico e l’eredità culturale. Pensiamo solo all’emozione di scoprire le origini di una canzone, di un film, o più in generale di un progetto che ha avuto successo in tutto il mondo, il tutto solitamente arricchito da immagini o racconti inediti. 

E nel caso in cui il biopic non convincesse tutti, anche la fetta di pubblico non soddisfatto rappresenta una fonte di guadagno per le major: è motore di visibilità. Creare dibattito, soprattutto sui social, aiuta comunque a far crescere la notorietà di un film.

Last but not least, ormai Hollywood è diventata pigra, è inutile negarlo: portando al cinema le vite delle star non c’è il rischio - e la fatica - di costruire un mondo da zero. Il risultato? Le grandi produzioni fanno incassi da capogiro con il “minimo” sforzo e gli spettatori sono invogliati ad andare in sala grazie all’effetto nostalgia, risparmiando energie cognitive.

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