La violenza nei luoghi di cura non arriva solo dall’esterno - spinta in molti casi dall’esasperazione per un sistema percepito come problematico da parte di pazienti e familiari - ma si manifesta in modo diverso anche nei rapporti tra colleghi e nelle relazioni gerarchiche, all’interno delle stesse strutture.
È quanto emerge dalla prima indagine del progetto europeo BRAVE-WOW, che ha coinvolto più di 4.600 operatori sanitari in quattro Paesi (oltre all’Italia, il Portogallo, la Spagna e la Slovenia). Tag24 Magazine ne ha parlato con Marco Giustini, epidemiologo dell’Istituto superiore di sanità (ISS) e responsabile della fase pilota dello studio.
Per ottenere una prima fotografia del fenomeno, 2.149 operatori sanitari di 14 strutture italiane, tra servizi territoriali e ospedali, hanno risposto a due questionari: uno sulla violenza di genere nei luoghi di lavoro e un altro sulla qualità percepita del lavoro (carichi, retribuzione, tutele, opportunità e sicurezza).
L’obiettivo era individuare gli aspetti su cui intervenire attraverso successivi approfondimenti e interventi formativi. Dopo la prima fase del progetto, saranno misurati infatti eventuali cambiamenti. Tra i risultati emersi, spiega Giustini, quello più sorprendente “riguarda la svalutazione del lavoro, ovvero il mancato riconoscimento”.
Sul totale dei partecipanti, il 16,3% indica la dinamica come ricorrente, una quota che negli ospedali sale addirittura al 19,3%. Seguono le urla e gli insulti, segnalati dal 15,1%, e gli abusi legati ai rapporti gerarchici all’interno delle strutture, indicati dal 12,1%. Dati che suggeriscono che nei luoghi di cura la violenza non si esaurisce negli episodi più eclatanti.
Ci sono, certo, le aggressioni subite dai sanitari da parte di pazienti o familiari, che si registrano più spesso dove il contatto è diretto e la tensione alta, come quelli che Giustini definisce luoghi di “frontiera”, come i pronto soccorso.
“Il 68% degli operatori riferisce che nel proprio ambiente si verifica una violenza verbale almeno occasionalmente. In questo caso, i familiari dei pazienti sono la figura più citata - osserva l’esperto - Se guardiamo invece agli episodi non occasionali, chi passa in testa è il superiore gerarchico”.
“Chiaro che questo non equivale a un’attribuzione di responsabilità ai dirigenti”, prosegue. Ma è un elemento da considerare. Il dato è il seguente: il 37,9% di chi riferisce di aver subito episodi di questo tipo indica un proprio superiore; percentuale che negli ospedali sale al 43,2%.
Seguono i familiari dei pazienti (25,2%), i colleghi (24,4%) e i pazienti stessi (21,1%). Aspetto che, peraltro, trova riscontro anche negli altri Paesi considerati. C’è poi un’altra dimensione: quella di genere. Più della metà di chi ha riferito di aver subito violenza o molestia ritiene che la propria esperienza sia stata legata, almeno in parte, al genere.
In Italia la quota è del 56,4% contro il 39% registrato in Spagna, il 35% in Portogallo e il 30% in Slovenia, nel confronto tra operatori ospedalieri. La disparità può manifestarsi anche nelle opportunità professionali: il 21,3% dei partecipanti dichiara di aver subito una mancata promozione o un mancato aumento di stipendio rispetto ai colleghi di pari competenze e anzianità ma di genere diverso.
Tra i contesti in cui gli episodi si verificano più spesso, secondo i partecipanti, c’è il sovraccarico di lavoro, citato dal 54,3%, mentre i turni notturni, dove pure l’intuizione collocherebbe il problema, sono fra i meno citati: 24%. “Non c’è un nesso di causa-effetto, non possiamo dire - e questo è il limite dell’indagine - che sia il sovraccarico a causare la violenza”, prosegue Giustini. Ma possiamo mettere in evidenza il ruolo delle condizioni organizzative in cui il personale si trova a operare.
Altro nodo riguarda la possibilità di segnalare quanto accade. Il 52,7% degli operatori ritiene di poter parlare apertamente con i propri responsabili, ma solo il 39,2% pensa che l’organizzazione reagisca in modo efficace. Ancora meno, il 31,9%, riconosce misure di prevenzione visibili. Solo il 20,8% segnala la disponibilità di un supporto psicologico e il 16,1% quella di un supporto legale. È su questo scarto, conclude Giustini, che si dovrebbe intervenire.
“Bisognerebbe rendere visibile l’esito delle segnalazioni, intervenire sulle forme di violenza meno evidenti dando loro un nome affinché siano riconoscibili per chi le vive e rafforzare la capacità dei responsabili di gestire i conflitti, formarli”. Il rischio è, altrimenti, di aggiungere un ulteriore carico in un contesto già gravato da criticità, ma che rappresenta - per la missione che lo anima - un prezioso strumento della collettività.