15 Oct, 2026 - 07:20

La musica è libertà: “Balcanica”, quando il cinema si schiera contro i regimi

La musica è libertà: “Balcanica”, quando il cinema si schiera contro i regimi

Nel 2026, vietare a qualcuno di ascoltare la musica o di suonare dal vivo sembra impensabile, almeno nella parte più fortunata del mondo. E invece, in quelle zone dove la libertà non è come l’aria, non è affatto scontato. Come in Afghanistan. Da quando il 15 agosto 2021 i talebani sono tornati al potere, non c’è più musica e non c’è più libertà.

Il regime ha vietato ufficialmente ogni forma di rappresentazione musicale in pubblico e sui mezzi di comunicazione. Non tutti sanno che, secondo l’interpretazione della legge islamica adottata dai talebani, la musica è considerata proibita (haram). Hanno via libera solo i canti religiosi, rigorosamente privi di accompagnamento strumentale.

Bandire la musica, così come le altre forme d'arte, è una pratica tipica dei regimi totalitari e rappresenta uno dei primi, gravissimi segnali della privazione della libertà di un popolo.

Per puntare i riflettori su questa situazione, il regista italiano Nicola Sorcinelli, al suo esordio cinematografico, ha deciso di raccontare la storia di due musicisti afghani, costretti all’esodo dal regime. La pellicola si intitola “Balcanica” ed è uscita nelle sale cinematografiche del nostro Paese l’8 ottobre 2026.

“Balcanica”: il cinema come atto politico 

In “Balcanica” la musica non solo è protagonista del racconto, ma diventa una questione di sopravvivenza. Il film d’esordio alla regia di Nicola Sorcinelli - presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 e vincitore del Premio del Pubblico alle Giornate degli Autori - racconta la coraggiosa storia di Nazar, un direttore d’orchestra, e di suo figlio Jalil, un giovane musicista. 

I due artisti afghani si vedono costretti a fuggire dal proprio Paese quando i talebani tornano al potere e ripristinano il divieto sulla musica.

Con il ritorno al potere dei talebani, in Afghanistan non si può più suonare, cantare e nemmeno ascoltare musica in pubblico: farlo è considerato un reato.

Così, per continuare a svolgere il loro mestiere, padre e figlio si mettono in viaggio lungo la rotta balcanica verso l’Italia. Non vogliono smettere di suonare perché la musica è la loro vita, perché la musica è libertà e non possono far vincere il regime oppressivo dei talebani.

Il film è una dichiarazione d’intenti: l’arte non è un lusso, è libertà, emancipazione, diritti e speranza per il futuro. Censurare la musica, i film, i libri, le sculture e i dipinti è una delle prime misure adottate da un regime totalitario per cancellare la libertà di un popolo e la sua coscienza collettiva.

Nazar e Jalil scappano da un luogo di guerra e distruzione, da una prigione culturale in cui gli artisti non possono più avere un’identità, perché l’arte è stata resa illegale. 

Il divieto della musica rappresenta molto più della cancellazione dell’intrattenimento: è un attacco diretto alla libertà e all’identità culturale di un intero popolo. È l'inizio di un processo di sterminio culturale.

Quando i talebani hanno vietato la musica in Afghanistan

Dopo il ritorno al potere nell'agosto del 2021, i talebani hanno vietato la musica in Afghanistan. E non è la prima volta. Questa repressione era già stata adottata quando si erano insediati al governo tra il 1996 e il 2001.

Il film “Balcanica”, quindi, non racconta una vicenda relegata al passato, ma una triste realtà, oggi più attuale che mai.

Una volta restaurato il regime, le autorità si sono sbizzarrite nell’imporre misure sempre più rigide per quanto riguarda la libertà d’espressione e l’arte. Così è tornata la censura sulla musica: ogni espressione musicale è considerata un reato secondo l’interpretazione della legge islamica dei talebani. 

Non si può suonare in pubblico, né ascoltare musica, nei negozi, durante le cerimonie, in tv o in radio, nemmeno in macchina. 

L’unica eccezione consentita dalle norme riguarda ovviamente la religione: ok ai canti religiosi, ma rigorosamente senza accompagnamento strumentale.

Negli ultimi anni la censura è peggiorata al punto che il Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio ha vietato alle donne di far sentire la propria voce in pubblico. Così oggi in Afghanistan le donne non possono più cantare, recitare o semplicemente parlare ad alta voce in pubblico.

Ma non è finita qui: la repressione si è inasprita tanto da far sì che i talebani potessero addirittura bruciare gli strumenti in pubblica piazza, come se niente fosse. Solo quest’anno, secondo quanto riportano fonti internazionali, sarebbero stati dati alle fiamme centinaia di strumenti in diverse province dello Stato, tra cui Parwan, Laghman e Khost.

La musica come libertà e strumento di protesta

Ma perché i regimi temono così tanto la musica? La risposta è semplice: la musica è un’arte, l’arte è espressione individuale e l’espressione di sé vuol dire libertà. Così i talebani - furbamente e senza scrupoli - hanno messo al bando performance, strumenti e ascolti in pubblico, così da spezzare il popolo attraverso la censura. 

La musica è un mezzo potentissimo: crea comunità e può diventare il simbolo di una protesta, esprimendo concetti forti. La melodia è un linguaggio universale che non conosce limiti ed è in grado di viaggiare come il vento. 

La musica rappresenta la memoria, la tradizione e la cultura di un popolo, capace di attraversare confini e passare da generazione in generazione. Un esempio fra tutti per capire la potenza della musica è la nostrana “Bella ciao”, la canzone partigiana diventata simbolo di libertà e rivoluzione in tutto il mondo. 

La storia ci ricorda che la censura nei regimi dittatoriali è il primo mezzo di affermazione del potere assoluto e di distruzione della libertà di espressione. E allora l’intera comunità internazionale dovrebbe fare tesoro di questo prezioso insegnamento, per evitare che la storia si ripeta, nel presente e nel futuro.

LEGGI ANCHE