16 Oct, 2026 - 11:00

Il rap sa ancora fare critica sociale in Italia?

Il rap sa ancora fare critica sociale in Italia?

“Zarathustra style, o ce l’hai o non ce l’hai”. Questa è una delle barre che riassumono meglio il nuovo album di Fabri Fibra e Neffa uscito il 9 ottobre scorso. La vecchia scuola è tornata per riprendersi la corona in una scena che in Italia attualmente sembra assente, addormentata. E il ritratto della realtà ce lo offre lo stesso Fibra che, senza filtri, in “All Night” dice: “L’industria sa a malapena l'hip hop che passa / Come c'arriva, basta che batte cassa / Starci sopra è la sfida e restarci una vita”.

“Zarathustra style” è un disco che i fan del genere hanno atteso per decenni. Molti lo hanno osannato, altri lo hanno promosso a semplice “esercizio di stile” ben riuscito. Ma Fibra e Neffa oggi hanno ancora qualcosa da dire, vogliono lasciare una legacy di un certo spessore, in una realtà dove invece il rap sembra non avere più battaglie da combattere, le barre si sono fatte sempre meno accese e il fuoco sacro che animava gli artisti sembra essere diventato una tiepida brace. 

La verità è che sembra che oggi i giovani rapper in Italia non abbiano più nulla da dire. E se un genere che nasce come denuncia sociale non guarda più a quello che succede in una comunità, ma solo dentro al singolo, tra gli stereotipi di “sesso, droga e fama”, allora possiamo intuire perché alla fine la trap abbia preso il sopravvento.

Fabri Fibra e Neffa: il ritorno della vecchia scuola 

Per capire l’importanza dell’uscita di “Zarathustra Style”, il joint album di Fabri Fibra e Neffa, bisogna fare un salto indietro nel tempo e tornare al 2002. 

In quell’anno Neffa lavorò ai beat del primo album dell’allora semi sconosciuto Fabri Fibra, "Turbe giovanili”: un disco che al tempo non riscosse il successo che meritava, ma che oggi possiamo considerare una delle pietre miliari del rap in Italia.

Quella collaborazione rappresenta un importante tassello nella storia del rap e dell’hip hop in Italia e i fan non l’hanno mai dimenticata. Così ventiquattro anni dopo, i due artisti - dopo aver passato un lungo periodo in studio - hanno pubblicato un album insieme.

Un disco con ben 23 tracce, zero feat e che ci riporta indietro ai tempi della "vecchia scuola”. È un sogno che si avvera per molti amanti del genere, rimasti aggrappati alla speranza di ascoltare una collaborazione dei due storici artisti. Un lancio che fa pensare al passato, con tanto di fitta allo stomaco per la malinconia di qualcosa che oggi sembra non esistere più.

Nell’album non mancano frecciatine al vetriolo contro i nuovi rapper o la trap, con riferimenti tutt’altro che sottili, come ad esempio quando Neffa sottolinea che “nessuno dei miei sboccia”. “Zarathustra Style”, in parte, è sicuramente un’autocelebrazione dei due rapper, ma è soprattutto un inno al ritorno alle origini, alle radici che li hanno portati al successo. Neffa e Fibra ci ricordano che l’ingrediente segreto per sfondare è amare il rap, vivere il rap, respirare il rap.

Il rap italiano oggi ha ancora qualcosa da dire?

Quando alla fine degli anni Ottanta, direttamente dagli USA, il rap è arrivato in Italia, inizialmente era considerato un genere relegato solo agli ambienti underground. Poi, con il passare del tempo, ha avuto un enorme successo perché il suo linguaggio era fatto di denuncia, di identità: grazie alle barre di un testo il singolo poteva sentirsi parte di qualcosa di più grande, dai problemi della vita in periferia ai sogni di gloria. 

Negli ultimi anni, invece, tra le nuove leve questo spirito sembra essersi perso, lasciando la scena libera alla trap, riducendo tutto a ostentazione e performance.

E allora qui il ritorno della vecchia scuola - citando il brano "Stupefatti" di “Zarathustra Style": "Fibra con Neffa, la creme de la crema”  - assume un valore ancora più importante. Artisti del calibro di Fabri Fibra, Neffa, Marracash e Gué possono ancora raccontarci qualcosa, ma soprattutto possono essere un faro per le nuove generazioni di rapper.

Fabri Fibra nella canzone “All Night” ribadisce che per lui la musica ha avuto un ruolo salvifico, era la strada che doveva percorrere: “il rap è stato il mio riscatto asociale”. 

E questa era la magia che girava intorno al rap fino a qualche anno fa: gli artisti facevano musica per esigenza, perché avevano qualcosa da dire, qualcosa che li muoveva da dentro. Poi l’arrivo del successo non guasta, ma chi era spinto da quelle premesse non sceglieva la strada della musica solo per “fare i soldi”.

I testi, i beat, ogni barra prima portava con sé un messaggio sociale. Le canzoni erano una fotografia di scenari reali, della vita di tutti i giorni, nella gran parte dei casi di problemi che l’Italia conosceva bene: la periferia, la disoccupazione, la precarietà, la paura del futuro, il razzismo, il senso di esclusione, le critiche ai media e ai potenti. Sono stati tutti temi ricorrenti di una scena variegata, seppur animata dallo stesso desiderio di denuncia, dai Sangue Misto agli Articolo 31, passando per i Club Dogo e tanti altri ancora.

Oggi quella funzione non è del tutto scomparsa, ma si è senza dubbio frammentata. Gli artisti non fanno più "fronte comune”: la realtà è fatta di individualismo, composta da mille pezzi a sé che coesistono, tra narratori urbani, artisti pop e chi sperimenta tutte le varie possibilità che strizzano l’occhio al mercato globale.

Il punto, però, è che il valore sociale del rap non si misura solo attraverso la condanna della società. Può fare critica anche il modo in cui un rapper si oppone alle regole dell’industria e degli algoritmi sui social. Il fatto è che forse sarebbe d’aiuto aggiornare la visione d’insieme e rimettere in piedi un contesto collettivo, in cui sentirsi parte di qualcosa di più grande può tornare ad essere una fonte di ispirazione. 

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