"La tecnologia sta vivendo un'espansione difficilmente governabile nell'ultimo secolo. Siamo passati da intelligenze artificiali profilative, comportamentali e predittive dei social e di tante altre applicazioni, fino alle intelligenze artificiali generative conversazionali di ChatGPT e simili. Entrambe, purtroppo, hanno portato a tutta una serie di cambiamenti psicosociali, oltre che culturali e nel modo in cui sentiamo le nostre emozioni, il nostro corpo e ci relazioniamo con gli altri".
Luca Bernardelli, psicologo dell’esperienza digitale, consulente sull’intelligenza artificiale per il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi e membro della Commissione Dipendenze Digitali della Società Italiana di Psicologi, spiega gli effetti dell’iperconnessione e dell’uso crescente di social, videogiochi e chatbot, soprattutto sui più giovani.
Una realtà ormai diffusa che può portare a conseguenze serie, se non si interviene tempestivamente con strategie strutturate e su più fronti.
Le tecnologie digitali stanno avendo un forte impatto sul nostro comportamento e sul nostro cervello, sottolinea il dottor Bernardelli, illustrando come le piattaforme digitali siano state progettate per trattenere gli utenti il più a lungo possibile. Gli effetti? Negativi, soprattutto sui giovanissimi.
"I grandi colossi tecnologici si sono accorti che più utilizzavano algoritmi in grado di trattenere le persone all’interno di questi strumenti, più aumentavano il profitto e i dividendi per gli azionisti. Dai social ai videogiochi, fino ai chatbot attuali, si sono mossi verso la gamification, cioè tecniche sempre più vicine al gioco d’azzardo", racconta l'esperto.
Il primo impatto riguarda la riduzione del tempo che si dedica alle relazioni reali, soprattutto durante l’infanzia e l’adolescenza. "Nell’era pre-digitale, entro i 18 anni avremmo passato dalle 10.000 alle 25.000 ore a rapportarci con i coetanei e con gli adulti di riferimento. Oggi questa forbice si è drasticamente abbassata a 1.500-5.000 ore".
Numeri che, secondo l'esperto, mostrano tutta l'entità del cambiamento. "Questo vuol dire di fatto non allenarsi non solo alla relazionalità in un'età evolutiva, in cui è fondamentale naturalmente abituarsi a capire le intenzioni altrui, le emozioni altrui, le emozioni proprie, con le quali poi rapportarsi. Ma anche a capire se si sta dicendo qualcosa che possa ferire l'altro".
Le conseguenze potrebbero essere serie. "Il digitale, in questa fase, ha uno strapotere dettato dal fatto che gli dedichiamo troppo tempo: si stimano addirittura in media 6 ore e mezza a livello globale, che alla fine di una vita vogliono dire circa 20 anni, per intenderci. Il rischio è di dover affrontare tutta una serie di problematiche che potrebbero riguardare diversi aspetti del funzionamento cerebrale, tra cui la sostanza grigia, la materia bianca e lo spessore della corteccia cerebrale, oltre a disturbi del sonno, dell’attenzione e della memoria. I disturbi di memoria gravi nei giovani sarebbero raddoppiati negli ultimi dieci anni. E andando a intaccare attenzione e memoria, si riduce la capacità di apprendimento e di studio".
Il rischio maggiore riguarderebbe i più giovani, perché in età evolutiva si costruiscono le basi biologiche, cognitive, emotive e relazionali della vita adulta. Secondo Bernardelli, l’esposizione precoce ma anche continuativa agli strumenti digitali può alterare il sistema della ricompensa (un gruppo di strutture neurali responsabili della motivazione, delle emozioni positive e dell'apprendimento associativo, ndr).
"Se alteriamo il sistema di ricompensa a 8 anni, sarà molto difficile recuperare una funzionalità sana nel corso della vita. Se un bambino si abitua a video di tre minuti scrollati continuamente, avrà uno span di attenzione di tre minuti e sarà difficile passare all’attenzione sostenuta e alla concentrazione".
Lo psicologo richiama anche il fenomeno dell’intorpidimento emotivo e della desensibilizzazione. "Stando isolati, soprattutto davanti a strumenti iperstimolanti, si rischia di sviluppare una forma di noia cronica e di desensibilizzazione. Una ricerca su Nature parla addirittura della possibilità di arrivare, nei casi più drammatici, a forme di aggressività sadica: ossia al piacere di fare del male all'altro".
Ma non solo. "Noi abbiamo bisogno di conoscere e sentire le emozioni del corpo, la fisicità nel senso più ampio del termine. E dall'altra parte, ribadisco, il nostro corpo si deve necessariamente relazionare. Più lei lo tiene nell'oscurità e nell'isolamento di uno strumento digitale, più il corpo si ribellerà in modalità che sono in parte quelle che ho raccontato, ma possono arrivare anche all'autolesionismo fino a tutta un'altra serie di comportamenti che l'Homo sapiens non ha mai utilizzato, se non da 15 anni a questa parte. L'Homo sapiens ha avuto qualche centinaio di migliaia di anni di gestazione: è inevitabile che il nostro corpo e la nostra psiche non si possano adeguare in 15 anni a strumenti che lo spostano completamente in un luogo e in un sentire che non è mai stato quello dell'essere umano".
Per questo, secondo l’esperto, è più che mai necessario proteggere l’età evolutiva e cambiare il modo in cui vengono progettati i servizi digitali. "I bambini e gli adolescenti non dovrebbero avere a che fare con strumenti che alterano questi sistemi. Dovrebbero avere a che fare con tecnologie costruite per migliorare il loro benessere, la qualità della vita e l’apprendimento".
L’intervento, secondo Bernardelli, non può semplicemente limitarsi a fissare un’età minima per l’accesso ai social. "Non possiamo limitarci a dire: facciamo 13, 14 o 15 anni come limite di accesso. È una visione troppo ristretta di un problema molto più ampio. È un tema culturale che tocca la scuola, il lavoro e le famiglie", spiega.
"La scuola deve poter diventare un punto di riferimento nell'insegnamento delle tecnologie digitali e dell'intelligenza artificiale dalla primaria alla secondaria di secondo grado, ovviamente con lessici e linguaggi diversi. Ma deve diventare un'educazione non solo digitale, quindi più tecnica, ma anche un'educazione critica psicologica, giuridica, economica, etica. Deve aiutare sempre di più i ragazzi in un momento di cambiamento così esponenziale. L’intelligenza artificiale viene paragonata all’invenzione della scrittura: è davvero un game changer per tutti noi".
Anche gli adulti, sottolinea lo psicologo, rischiano la cosiddetta 'delega cognitiva'. "Se continuo a far pensare un altro al posto mio, il mio cervello si attiva di meno. I chatbot sono strumenti straordinari, ma se scarichiamo verso di loro pensieri e competenze rischiamo di perdere dei pezzi".
Secondo Bernardelli, per quanto riguarda l'ambiente lavorativo, affiancare alla formazione sul tecnostress un’educazione critica all’intelligenza artificiale e al digitale, che comprenda aspetti sanitari, giuridici, etici ed economici, potrebbe aiutare anche gli adulti a vivere meglio il rapporto con la tecnologia.
Infine, Bernardelli invita a offrire ai giovani alternative concrete al tempo passato online. "L’Islanda ha quasi debellato la dipendenza dall’alcol dei giovani adulti istituendo centri di aggregazione gratuiti, sportivi, culturali, artistici e di volontariato. Più centri che promuovono l’incontro, l’uso del corpo, delle relazioni e delle emozioni avremo, più i ragazzi saranno portati spontaneamente in quella direzione. Saranno ben felici di rinunciare a uno smartphone dato precocemente o a utilizzare altri tipi di strumenti, se non ovviamente per organizzare meglio il prossimo incontro".