È bastato l'arrivo sul mercato di un farmaco per spazzare via, nel giro di pochissimi mesi, oltre un decennio di discorsi sull'inclusione, l'accettazione e la diversità dei corpi. Per anni i feed dei social network e le passerelle della moda ci hanno raccontato che i canoni estetici stavano finalmente cambiando, che ogni forma meritava spazio e rispetto e che l'ossessione per la magrezza a tutti i costi apparteneva al passato. Poi è comparsa una scorciatoia: un farmaco usato nelle terapie per il diabete e l'obesità grave è stato trasformato in un bene di consumo per chi desidera semplicemente perdere peso in fretta.
A rompere il silenzio su questa dinamica è arrivato lo sfogo di una creator che ha rifiutato di prestarsi a sponsorizzazioni di questo tipo: "Questo post non parla di salute. Parla del rifiutarsi di essere pagate per mettere il proprio corpo a servizio del diktat della magrezza. Parla della sottile linea su cosa è salute e cosa invece è marketing. La salute non è taglia unica". Quel rifiuto racconta una verità scomoda: l'inclusività sbandierata dalle aziende era spesso solo una mossa di marketing, pronta a dissolversi non appena la medicina ha offerto una soluzione acquistabile per uniformare tutti alla stessa taglia.
Per capire la portata del cambiamento attuale bisogna fare un passo indietro a quando la body positivity sembrava aver conquistato la scena pubblica. Da movimento politico radicale, nato decenni fa per rivendicare i diritti civili delle persone marginalizzate, il concetto era stato gradualmente assimilato da tutti. Grandi marchi di cosmetica e case di moda avevano scoperto che la parola d'ordine dell'amore per se stessi faceva vendere bene.
Le campagne pubblicitarie mostravano corpi non conformi e smagliature in primo piano, ma solo fino a quando quel messaggio risultava appetibile per il mercato. La realtà, come evidenziato anche da analisi cliniche e sociologiche d'oltreoceano, è che quell'inclusione nascondeva una profonda ipocrisia. Molte persone continuavano a vivere nel terrore del giudizio sociale, ma ammorbidivano i toni nei post pubblici per sembrare sufficientemente allineate ai canoni dell'autoaccettazione.
Quando farmaci come Ozempic hanno reso accessibile un dimagrimento rapido, tutto è cambiato. Personalità dello spettacolo che avevano costruito la propria carriera celebrando le curve hanno iniziato a mostrarsi trasformate, cancellando persino le foto del proprio passato. La verità è emersa con chiarezza: la società non aveva smesso di pretendere la magrezza; aveva solo trovato temporaneamente conveniente fingersi tollerante in attesa di una soluzione chimica per eliminare la diversità.
Il vero corto circuito scatta nel momento in cui la salute viene confusa con la taglia. I farmaci agonisti del recettore GLP-1 sono medicinali a tutti gli effetti, sviluppati per gestire patologie metaboliche croniche e complesse, con indicazioni terapeutiche stringenti ed effetti collaterali che richiedono un attento monitoraggio clinico.
Nel momento in cui vengono trasformati in tendenza estetica, l'atto medico scivola nel puro consumo. Chi ha le possibilità finanziarie riesce a procurarsi prescrizioni facili o flaconi gratuiti in cambio di post promozionali, mentre chi vive condizioni di salute serie rischia di scontrarsi con scaffali vuoti nelle farmacie.
Si crea così una barriera di classe. La magrezza ottenuta per via farmacologica diventa uno status symbol ostentato: non il risultato di un percorso terapeutico o di un equilibrio personale, ma la prova visibile di potersi permettere il trattamento del momento. Promuovere queste sostanze come fossero integratori o trattamenti da spa cancella la responsabilità etica verso il pubblico.
Quando un'influencer decide di respingere le offerte commerciali di cliniche o distributori che regalano iniezioni per dimagrire in cambio di visibilità, compie un atto di resistenza: si oppone alla mercificazione del proprio corpo e impedisce che il concetto stesso di salute venga ridotto a una merce accessibile solo a chi ha i soldi per comprarla.
L'effetto più evidente di questa corsa ai farmaci è il ritorno prepotente a modelli corporei che richiamano l'estetica degli anni Novanta, in cui la magrezza estrema torna a essere l'unico canone socialmente accettato. L'illusione di poter scegliere liberamente svanisce quando la pressione sociale torna a definire il corpo più in carne come una colpa individuale o come una pigrizia da risolvere.
Non si tratta di condannare chi sceglie legittimamente di intraprendere un percorso medico per migliorare il proprio stato di salute. Il focus riguarda il messaggio culturale che viene veicolato a milioni di giovani: l'idea che esista una sola forma fisica valida.
Riconoscere che il benessere non ha una taglia standard significa smettere di trattare il peso corporeo come una misura del valore morale di una persona. Se la medicina offre strumenti straordinari per curare le malattie, la cultura e l'informazione hanno il dovere di impedire che quegli stessi strumenti diventino una nuova arma di omologazione sociale.