Dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia: i Disturbi Specifici dell'Apprendimento - conosciuti anche con l'acronimo DSA - non sono una malattia, bensì disturbi legati a un diverso neurofunzionamento del cervello e interessano le abilità di lettura, scrittura e calcolo.
Eppure c'è ancora uno stigma che accompagna i DSA, come racconta a TagMag Lucia Iacopini, presidente dell'Associazione Italiana Dislessia. "Il nostro slogan recita: un modo diverso di vedere il mondo, un modo diverso di elaborare le informazioni, non inferiore, non superiore, semplicemente una strada alternativa" sottolinea.
I DSA si manifestano generalmente con l’inizio della scolarizzazione. La dislessia comporta difficoltà nella lettura fluente e corretta, mentre la disortografia riguarda la correttezza ortografica e l’applicazione delle regole di scrittura. La disgrafia è la difficoltà nella riproduzione dei segni grafici e nella fluidità della scrittura a mano. Infine, la discalculia interessa gli automatismi del calcolo e la capacità di comprendere e gestire i numeri.
"La diagnosi non può avvenire prima del secondo anno di scuola primaria per quanto riguarda lettura e scrittura, e del terzo anno per il calcolo" evidenzia Lucia Iacopini. "Quando le difficoltà si sono già manifestate, la prima cosa che i familiari possono notare è un rifiuto o un malessere legato allo studio o alla frequenza scolastica. Nella scuola dell'infanzia non è visibile perché non è stato ancora intrapreso il percorso di apprendimento della lettoscrittura. Oggi, però, abbiamo la possibilità di effettuare screening sui prerequisiti su cui poi il processo di lettura, scrittura e calcolo si appoggerà per attivarsi e maturare" spiega.
"Un'osservazione attenta e competente e uno screening adeguato – che però non costituisce una diagnosi – possono già individuare delle fragilità che potrebbero poi svilupparsi in disturbo: in questa fase non sappiamo come evolveranno. Allora facciamo prevenzione e potenziamento".
Una volta iniziata la scuola primaria, se alla fine del secondo anno gli insegnanti notano, per esempio, errori ricorrenti di ortografia, affaticamento nella lettura e nella scrittura, inversioni di lettere o salti di riga, devono informare la famiglia secondo la legge 170/2010 (che riconosce ufficialmente i Disturbi Specifici dell'Apprendimento e tutela il diritto allo studio degli studenti, ndr).
Ma può capitare che la scuola non se ne accorga? "La scuola deve accorgersene" risponde la presidente dell'AID con fermezza. "I disturbi specifici dell'apprendimento si manifestano in ogni bambino in modalità differenti. Dipende anche dalla gravità e dall'impatto che il disturbo ha in questi processi. Un ragazzino con un disturbo più lieve e una buona capacità di compensazione può riuscire a far fronte alle difficoltà, per esempio rifacendo i calcoli da capo, mostrando un maggiore affaticamento. Ma questo non significa che questa neurodivergenza non ci sia" aggiunge.
"La scuola è tenuta a individuare le difficoltà persistenti, a fare tutto quello che si può fare con il potenziamento: se poi queste difficoltà non rientrano, deve segnalare alla famiglia la presenza di difficoltà e chiedere un approfondimento diagnostico".
La diagnosi avviene attraverso un percorso multidisciplinare che coinvolge diverse figure professionali: neuropsichiatra infantile, logopedista, psicologo clinico. "Il primo aspetto da valutare è il livello intellettivo, perché per avere una diagnosi di dislessia deve essere nella norma o sopra la norma. Quindi, quello che io dico sempre ai ragazzi, con la dislessia avete il certificato di essere intelligenti" afferma con un sorriso.
Dopodiché, spiega, si prosegue con approfondimenti che misurano la velocità e la correttezza in lettura, scrittura e calcolo: "Quando gli automatismi non si attivano, infatti, si è più lenti e meno accurati nello svolgimento di un'attività. Quindi uno studente con dislessia può riuscire a leggere, scrivere e fare di conto, ma con grande dispendio di energie: farà più errori e sarà più lento", aggiunge Iacopini.
Il problema, ribadisce Iacopini, emerge soprattutto quando l'ambiente non è in grado di accogliere e valorizzare un diverso funzionamento. "Si crea un affaticamento generale, che diventa malessere se non riconosciuto. L'affaticamento procura stanchezza, senso di autoinefficacia, fino ad arrivare a difficoltà emotive e psicologiche", spiega.
"Noi dell'Associazione Italiana Dislessia seguiamo i percorsi delle persone dalla scuola dell'infanzia fino all'inserimento lavorativo, perché dal punto di vista normativo sia l'università sia il mondo del lavoro hanno compreso che questa caratteristica ha delle potenzialità enormi. Lo stigma si focalizza su quello che non sanno fare e non su ciò che sono le reali risorse. Noi di AID, che abbiamo visto molti ragazzi crescere, sappiamo che possono intraprendere ogni tipo di percorso universitario e svolgere attività lavorative in qualsiasi ambito. Non c'è un limite: le potenzialità sono tante e con le giuste metodologie riescono ad avere un percorso di studi sereno".
il Piano Didattico Personalizzato (PDP) deve essere attivato in tutte le scuole in cui una famiglia presenta questa certificazione, afferma. "Però creare un ambiente inclusivo è molto di più che dare strumenti compensativi: è proprio ripensare la didattica in modo inclusivo, ripensare anche lo sguardo sull'altro, che è una persona nella sua complessità. Quindi, ad esempio, se la lettura non è il canale privilegiato per uno studente con dislessia, gli possono essere forniti strumenti alternativi, come file da ascoltare attraverso la sintesi vocale, contenuti audio o video. Gli strumenti li abbiamo", insiste Lucia Iacopini.
Non c'è solo lo stigma: sui DSA circolano anche diversi "falsi miti". "Mi capita spesso di sentire persone che 'inciampano' nel parlare e dicono: 'Eh, sono dislessico'. Ma la dislessia non riguarda in modo particolare l'errore nell'eloquio: è legata alla difficoltà di decodifica del testo scritto nella lettura. Un altro falso mito? Il fatto che le persone con DSA abbiano dei superpoteri: non è vero!" sottolinea Iacopini.
"Sono persone come tutte le altre, con grandi potenzialità che a volte fanno fatica a emergere, spesso perché non vengono loro forniti gli strumenti giusti".
La conduttrice Andrea Delogu, l'attore Giampaolo Morelli, il cantante britannico Robbie Williams. Ma anche psicologi, neuropsichiatri, dottori, dentisti, commercialisti, avvocati, manager: tutte persone con DSA che si sono pienamente realizzate nel mondo del lavoro.
"Se queste persone sono riuscite a costruirsi una carriera, l'hanno fatto perché l'ambiente le ha sostenute, perché hanno incontrato docenti in grado di modulare il proprio insegnamento sulle loro caratteristiche. Non si tratta di facilitare, ma di capire come funzionano e seguire questo loro modo di funzionare. Un disturbo specifico dell'apprendimento non è un ostacolo", afferma.
"Qualcuno fa più fatica perché l'ambiente non è ancora pronto, perché le scuole non sempre sono pronte: ed è per questo che noi di AID facciamo attività di sensibilizzazione e di formazione negli istituti scolastici, nelle università, nel mondo del lavoro. Il bambino che cresce, diventa ragazzo e poi adulto, deve maturare la consapevolezza che il suo modo diverso di funzionare non è una malattia, non è una mancanza, non è un deficit. È appunto un modo diverso di funzionare e deve aiutare il mondo circostante a modificarsi per accoglierlo".
Secondo una stima recente, ci sarebbero circa 3 milioni di persone con DSA in Italia. "La scuola ci dice che la percentuale è del 6-7% di studenti. Noi auspichiamo che la percentuale reale di persone con questa caratteristica a scuola sia maggiore, perché io sono un'insegnante e vedo che alcuni hanno una diagnosi tardiva, con costi di fatica enormi", sottolinea la presidente di AID.
Lucia Iacopini lo evidenzia con fermezza. "Non c'è niente di cui vergognarsi, anzi: l'inventore dell'IKEA (Ingvar Kamprad, ndr) era dislessico, infatti chiunque abbia montato un mobile IKEA sa che le istruzioni non sono parlate: sono visive. È un modo diverso di vedere il mondo che serve a tutti: perché avere un punto di vista diverso è utile per chiunque".