Il titolo italiano lo suggerisce già: la verità ha un prezzo. Nel film "The Social - Il prezzo della verità" (The Social Reckoning, in originale), Aaron Sorkin racconta la storia di Frances Haugen, l'informatica e product manager, dipendente di Facebook, che passa documenti interni al giornalista Jeff Horwitz, svelando buona parte di ciò che accade dietro le quinte del social network.
Lo sceneggiatore, già celebre per il primo film del 2006, "The Social Network", attraverso questo spunto, porta sullo schermo la vicenda da cui nasce l’inchiesta The Facebook Files.
Vediamo qui la sua protagonista, interpretata da Mikey Madison, incontrare Horwitz il personaggio di Jeremy Allen White, giornalista del Wall Street Journal che ha guidato l'inchiesta.
La loro prima scena insieme è tratta da un articolo intitolato proprio "La whistleblower di Facebook, Frances Haugen, dice di voler salvare l'azienda, non danneggiarla".
E infatti, "Ho il presentimento che non sei un fan di Facebook", esordisce la donna nella scena. "Ma io sì. Sono qui per aiutare Facebook, non per danneggiarlo."
Prosegue.
Ne abbiamo un assaggio nel trailer:
E anche la vera Haugen aveva creduto in quel progetto ma, poi, nell’ottobre 2021, arriva a testimoniare davanti al Senato americano, accusando la società di mettere i profitti davanti alla sicurezza dei suoi utenti. (Facebook respinge questa ricostruzione).
Questo a sottolineare il fatto che, spesso, chi denuncia può avere anche intenzioni nobili ed essere particolarmente attaccato all'azienda per cui lavora. Non deve necessariamente nascere tutto come un gesto di "demolizione", anche se, poi, nell'effettivo, specie per aziende così importanti, può portare alla rovina o, per lo meno, a grossi danni reputazionali.
Lo spunto, comunque, è una storia che ha fatto parlare tutto il mondo, un caso da grande schermo. Eppure, il dilemma reale è più vicino alla vita quotidiana di quanto si pensi. Essere leali all’azienda o al proprio datore di lavoro vuol dire anche saper tacere quando qualcosa non va? E come ci si protegge, quando si decide di parlare?
Il passo è più breve di quanto pensiamo, rispetto alla grande ispirazione del film. Agenti e dimensioni cambiano, ma si ha sempre paura di pagare il conto con la propria carriera. E, allora, bisogna che entrino in gioco le tutele per chi raccoglie il coraggio di segnalare un illecito sul lavoro.
Sembra un procedimento semplice quello di vedere un comportamento scorretto e segnalarlo. Lo è, almeno da fuori. Da dentro c'è sempre un motivo per non farlo. Ci sono i colleghi con cui lavori ogni giorno, il responsabile che si fida di te, anni di carriera su cui si fa ancora affidamento, e lo si fa anche con la speranza di vedersi crescere nello stesso posto.
Parlare potrebbe essere inteso come un tradimento anche quando dietro ci sono nobili intenti o si vuole, sostanzialmente, evitare qualche danno.
Secondo una rassegna di studi firmata da James Dungan, Adam Waytz e Liane Young su Current Opinion in Psychology, la scelta di segnalare può mettere in conflitto il valore legato al senso di giustizia e quello della lealtà verso il proprio gruppo. Quindi le paure riguardano il licenziamento, ma non finisce lì.
Ci sono altre conseguenze con cui fare i conti e, nell’elenco delle possibili ritorsioni, l’ANAC, l’Autorità nazionale anticorruzione, comprende anche le promozioni negate, i cambi di mansione, i trasferimenti, le intimidazioni e l'esclusione dalla formazione. Ci sono poi, ancora più invasivi, i danni alla reputazione e le referenze negative, che sicuramente pesano sulla ricerca di un eventuale nuovo impiego, e il lavoro potrebbe diventare più difficile di quanto già non sia, anche se di fatto non si è stati licenziati.

Immagine tratta da The Social - Il prezzo della verità. Credits: Sony Pictures.
Ci sono delle tutele per chi segnala delle violazioni scoperte sul lavoro. Si fa riferimento al decreto legislativo 24 del 2023. Si parla di whistleblowing: una parola inglese che indica, in questo caso specifico, la segnalazione di illeciti che danneggiano un interesse più ampio di quello personale. Quindi non va intesa come qualsiasi litigio con il capo o una rivendicazione individuale. Sono regole che si applicano al settore pubblico e, con condizioni più specifiche, anche alle aziende private.
Secondo le indicazioni dell’ANAC (l'Autorità Nazionale Anticorruzione), chi segnala deve avere dei motivi ragionevoli per credere che le informazioni raccolte siano vere e rientrino nei casi previsti dalla legge. Non è sufficiente che ci siano delle voci.
Conta anche come viene fatta la segnalazione. Per denunciare un illecito bisogna usare gli strumenti previsti dall’azienda o dall’ente per raccogliere queste comunicazioni. Se questi strumenti mancano, se una segnalazione non ha avuto seguito o se ci sono motivi fondati per temere delle ritorsioni, ci si può rivolgere, appunto, all’ANAC, che raccoglie le segnalazioni dall’esterno dell’organizzazione.
Non sempre raccontare tutto sui social o alla stampa funziona, né è detto offra le stesse protezioni, anzi. Bisogna considerare anche rendere pubbliche certe informazioni richiede delle condizioni.
La legge prevede proprio che l’identità di chi segnala sia protetta: il suo nome quindi non può essere comunicato liberamente a colleghi e responsabili. Vieta inoltre di punirlo per aver parlato, per esempio licenziandolo, togliendogli incarichi o minacciandolo. Se succede, si può informare l’ANAC, che verifica le possibili ritorsioni. Per far annullare un licenziamento o un altro provvedimento preso come punizione, bisogna invece rivolgersi al giudice.
Quindi, ricapitolando, se ci si trova in situazioni del genere, la prima cosa da fare è capire come inviare una segnalazione riservata all’azienda o all’ente, spiegando bene cosa è successo. Se non esiste un servizio per farlo, se la segnalazione viene ignorata o se si teme di subire delle conseguenze, ci si può rivolgere all’ANAC. Per sapere come fare e quali protezioni si possono avere, perché dipende caso per caso, è anche possibile chiedere aiuto gratuito agli enti indicati sul sito dell’Autorità.
Ovviamente tutto ciò non ci renderà mai sicuri e spavaldi, nel compiere un passo di questo genere. Sapere però che per legge esistono delle tutele che giocano dalla nostra parte, di sicuro alleggerisce il carico e ci aiuta a riconoscere che chi segnala un illecito non dovrebbe essere lasciato solo a pagare "il prezzo della verità".