02 Nov, 2026 - 16:06

«Per essere performanti sul lavoro, sempre più persone usano sostanze»

«Per essere performanti sul lavoro, sempre più persone usano sostanze»

Cocaina per arrivare a fine turno e ansiolitici per sopportare la pressione: chi lavora nei servizi per le dipendenze e nei sindacati racconta di un uso di sostanze fatto non per evadere, ma per reggere il lavoro. Non riguarda solo mestieri usuranti o notturni, ma è un fenomeno trasversale presente anche in uffici o aziende strutturate, a causa delle forti pressioni sul rispetto degli obiettivi.

Usare le sostanze è diventato per alcuni il solo un modo per integrarsi dentro un sistema sociale ed economico in cui performare è più importante che vivere. Come spiega  Giulia Gregorini, psicologa del Ser.D dell’Asl Roma 3, oggi si assiste soprattutto a un poliabuso: «cocaina per mantenere l'efficienza richiesta sul lavoro, cannabis per regolare l'ansia, benzodiazepine per garantire il sonno, alcol per la disinibizione». I settori dove il fenomeno ritorna più spesso, secondo Gregorini, sono la ristorazione, i lavori con orari irregolari e ad alta autonomia come i tassisti, e la sanità, dove si sommano ritmi intensi, turni irregolari ed esposizione allo stress. «È chiaro che si deve partire da una vulnerabilità personale, il lavoro non è mai l'unica causa», precisa. Ma negli anni è cresciuto il numero di persone che, a livello conscio, attribuiscono al lavoro una delle ragioni per cui ricorrono alle sostanze: pressione a non fallire, mito del denaro, ore di lavoro non retribuite in proporzione all'impegno richiesto.

In questo contesto, il decreto Sicurezza ha introdotto misure che sulla carta hanno l'obiettivo di prevenire e contrastare i comportamenti a rischio durante l’orario di lavoro. La circolare pubblicata a febbraio dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro chiarisce le modalità di attuazione. In particolare, il punto che ha fatto più discutere riguarda la possibilità del medico competente di sottoporre il lavoratore a visita «prima o durante il turno lavorativo» quando ci sia un «ragionevole motivo» di sospettare un uso di alcol o di altre sostanze. Si passa quindi dai controlli programmati o a campione a verifiche mirate, scattate su elementi concreti, per le mansioni a elevato rischio infortuni: guida di mezzi, muletti, carroponte. 

Al momento la norma è legge, ma non è ancora pienamente operativa: manca l'Accordo Stato-Regioni che dovrà ridefinire le modalità di accertamento, atteso entro il 31 dicembre 2026.

Come spiega Giulio Fossati di CGIL Lombardia, si tratta di un intervento che ribalta il problema sul lavoratore. «È chiaro che i controlli possono servire a evitare che ci siano incidenti. Ma questa misura non entra nel merito del modello organizzativo del lavoro e di quelle modalità di fare impresa che impattano sulla salute mentale dei lavoratori».

Quando lo stress da lavoro sfocia in dipendenza, il percorso per far riconoscere la condizione psicologica che l’ha causata come malattia professionale esiste ma è complesso.  A differenza delle malattie tabellate, qui è il lavoratore a dover dimostrare il nesso con il lavoro, un processo che richiede mesi se non anni, reso più difficile dalla carenza di strutture pubbliche di supporto psicologico. Ma chi è più sotto pressione, spesso, ha anche meno risorse per rivolgersi al privato. Esistono però delle garanzie contrattuali che vanno a tutelare il lavoratore, che vanno a identificare dei percorsi specifici in base alla tipologia di contratto. «È chiaro, però, che in alcuni casi il lavoratore può anche essere sospeso dal lavoro per garantire la sua sicurezza e quella degli altri», spiega Fossati.

La misura, per il momento, interviene quindi solo a valle, agendo sul singolo lavoratore già in difficoltà, senza toccare ritmi, carichi e organizzazione del lavoro che a quella difficoltà hanno contribuito. Più che prevenire situazioni di disagio, la normativa sembra voler punire chi fa fatica ad adeguarsi a ritmi lavorativi sfiancanti e ad ambiente di lavoro tossici.

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