Giacomo Bongiorni aveva 47 anni: è stato picchiato e ucciso davanti agli occhi del figlio dopo un rimprovero a un gruppo di giovani. Un ragazzo di 17 anni è ora accusato di omicidio. Bakary Sako, migrante in cerca di un futuro migliore nel nostro Paese, è stato ucciso mentre si stava recando al lavoro nei campi: tra i presunti aggressori ci sono quattro minorenni.
Episodi sconvolgenti, purtroppo solo i più gravi di una lunga serie di reati che hanno come protagonisti ragazzi giovanissimi. Vicende che hanno riacceso il dibattito sulle cause profonde di una rabbia esplosa in gesti estremi.
“Fatti che scaturiscono da un mix di fattori: gruppo, uso di sostanze, disagio sociale e familiare” sottolinea il professor Alfio Maggiolini, psicoterapeuta, docente di psicologia presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca e direttore della Scuola di specializzazione in psicoterapia dell’adolescenza e del giovane adulto del Minotauro di Milano.
“I comportamenti violenti non necessariamente dipendono dall’incapacità di distinguere tra il bene e il male. Questo può accadere quando c’è una compromissione del senso di realtà, frutto di problemi di tipo psicopatologico”, sottolinea il prof. Alfio Maggiolini.
“Capita che le persone con disturbo mentale finiscano per trascinare le altre. Però di solito le variabili principali in casi di violenze di gruppo sono diverse e non riguardano queste patologie, più frequenti nei casi di violenza individuale” spiega. “Il gruppo crea una sorta di senso di realtà e indica quello che è bene e quello che è male”.
Gli esempi, del resto, arrivano dalla storia. Come il nazismo, in cui “una nazione intera può commettere una serie di atti atroci pensando che siano giuste. È il gruppo che influisce sul singolo, attraverso la creazione di valori condivisi. Come succede agli adulti, che sono persone mature, ancora di più può capitare negli adolescenti. Dopodiché bisogna vedere quali sono gli elementi che portano ad assumere un certo comportamento. In alcuni casi ci sono fattori precipitanti che aggravano la situazione: come abuso di sostanze e alterazione dovuta all’alcol”.
Non tutti coloro che consumano alcolici diventano però violenti. Secondo lo psicoterapeuta succede a chi possiede già una predisposizione violenta. “Con uno stato di coscienza alterato, può metterla in atto”.
Da cosa scaturisce, invece, la rabbia? “Questo sentimento può avere a che fare con fattori in parte individuali, in parte sociali o culturali” sottolinea.
“Per esempio, persone che hanno una condizione di vita che ritengono ‘marginale’ - a torto o a ragione - come gli immigrati di seconda generazione o individui in condizioni sociali disagiate, sentono di vivere un’ingiustizia. Questo crea una specie di senso di legittimità a essere arrabbiati e a prendersela con qualcuno” evidenzia lo psicoterapeuta.
Ad alimentare il sentimento di rabbia possono influire anche vicende familiari, spesso drammatiche. “Se un ragazzino è stato picchiato, può pensare: ‘Prima ero vittima e subivo, ora ho la possibilità di reagire e di farmi valere attraverso la forza. Come altri hanno esercitato la forza su di me, ora anch’io lo farò con gli altri’”. Possono quindi innescarsi meccanismi di questo tipo”.
Che ruolo hanno i social network in questa spirale di violenze? Le immagini di aggressioni e pestaggi finiscono spesso per essere condivise su internet, oppure su app di messaggistica istantanea, da un contatto all’altro.
“I social creano alcuni problemi, mentre altri vengono messi in evidenza” sottolinea il prof. Maggiolini. “La rete funziona con l’idea: ‘Io valgo’. E se ci si sente meno visibili, allora cresce la frustrazione. I social aumentano l’espressione della rabbia, la amplificano perché i contenuti in rete possono essere visti da tante persone. Ma non stanno creando una generazione più arrabbiata, bensì più ansiosa e triste”.
La violenza può diventare un modo per i ragazzi di sentirsi più forti, se magari in realtà sono fragili, insicuri? “Di solito è un modo attraverso il quale pensano di riuscire a ottenere qualcosa che non hanno la speranza di raggiungere in altri modi” conferma l’esperto.
Il Ddl sull’imputabilità dei minori, approvato dal Governo e assegnato all’esame del Parlamento, modifica le regole per i ragazzi tra 14 e 18 anni: la capacità di intendere e di volere viene presunta, salvo prova contraria. Quindi non sarà più necessario dimostrare caso per caso la capacità del minore, ma spetterà alla difesa provare l’incapacità.
Il provvedimento non abbassa a 14 anni l’età dell’imputabilità, che resta invariata.
“I casi in cui i ragazzi vengono assolti perché viene accertata l’imputabilità sono rarissimi, forse quattro o cinque negli ultimi cinque anni” sottolinea il prof Maggiolini. “Fare un disegno di legge mi sembra un po’ eccessivo. Non c’è un reale problema da questo punto di vista, perché solitamente un giudice, nel caso di un minore, cerca di capire perché abbia commesso un reato, non se sia imputabile o meno. Quindi andare a verificare i fattori che ne sono alla base non per ridurre l’imputabilità, ma per capire su cosa agire per evitare le recidive”.
È vero che a volte i ragazzi commettono reati perché tanto “nessuno farà loro niente”, una percezione che sembra essere piuttosto diffusa?
“Normalmente i reati minorili sono impulsivi. Quindi, in quel momento, non si pensa alle conseguenze” spiega lo psicoterapeuta. “Dopodiché non escludo che in alcuni contesti dove i minori sono ‘arruolati’ dagli adulti, si scommetta su questo”.
Su cosa intervenire per evitare che i giovanissimi possano finire in una baby gang?
“Ci sono tantissime cose che si possono fare” spiega il prof. Maggiolini. “Si può agire nell’infanzia, nel caso di famiglie già attenzionate, sostenendole nei primi anni di vita dei figli. In questo modo si pongono le basi per lo sviluppo della personalità di questi bambini che resteranno anche dopo 10, 15, 20 anni”.
Altre misure riguardano la scuola secondaria di primo grado, che deve diventare, secondo l’esperto, luogo di aggregazione e inclusione.
“È un aspetto fondamentale, perché spesso i ragazzi che hanno problemi di comportamento, presentano anche difficoltà d’apprendimento e sono difficili da gestire a scuola. Tra una sospensione e l’altra smettono di studiare e, se vivono in quartieri degradati, il rischio è che vengano avviati a una carriera delinquenziale”.
Secondo Maggiolini è fondamentale offrire un supporto al ragazzo e alla famiglia per gestire quella fase evolutiva di crisi, anche in collaborazione con la scuola. “Per i ragazzi più grandi, che appartengono a famiglie con poche risorse, si può pensare a delle borse lavoro, per permettere loro di avere uno stipendio. Evitando così che possano essere tentati dall’idea di intraprendere strade più ‘facili’, ma sbagliate”.
Il professor Maggiolini sottolinea come ormai i giovani siano sempre meno numerosi. Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2025 nel nostro Paese sono nati appena 355mila bambini, il numero più basso registrato dal secondo dopoguerra. Si tratta di un ulteriore segnale del progressivo invecchiamento della popolazione italiana.
Una circostanza che rende ancora più importante investire nella crescita e nel benessere delle nuove generazioni.
“I giovani sono una grande risorsa, è su di loro che bisogna investire”.