05 Oct, 2026 - 19:24

Il sogno americano esiste ancora, o resta solo al cinema?

Il sogno americano esiste ancora, o resta solo al cinema?

C'è qualcosa di stranamente familiare nell'America devastata di The Dog Stars. Nonostante il mondo sia finito, nonostante una pandemia abbia spazzato via gran parte dell'umanità e lo Stato sia ormai soltanto un ricordo, qualcuno continua a parlare di sogno americano.

"Stiamo vivendo il fottuto sogno americano", dice Bangley, il personaggio interpretato da Josh Brolin. E non è una battuta qualsiasi.

Perché nel mondo post-apocalittico immaginato da Ridley Scott il sogno americano sembra essersi ridotto a una casa da difendere, qualche scorta di viveri, un aereo, un territorio da presidiare e soprattutto un fucile sempre pronto.

È una delle contraddizioni più interessanti del film, ma anche una porta d'ingresso per una domanda che va ben oltre il cinema: che cosa intendiamo ancora, oggi, quando parliamo di sogno americano?

Per decenni quell'espressione ha significato soprattutto la possibilità di costruirsi una vita migliore attraverso il lavoro, l'iniziativa personale e le opportunità offerte da un Paese presentato come una terra di possibilità.

Oggi, però, quell'idea convive con un immaginario nel quale l'America viene raccontata sempre più spesso come una fortezza: un luogo nel quale la libertà coincide con l'autosufficienza, la sicurezza con la capacità di difendersi e la sopravvivenza con la disponibilità a usare la forza.

The Dog Stars non ha inventato questa America. Ma la mette davanti ai nostri occhi in una forma talmente estrema da rendere visibile una domanda che normalmente rimane nascosta: il sogno americano esiste ancora oppure abbiamo conservato soltanto la sua versione cinematografica?

Dal sogno americano al fucile: la libertà diventa sopravvivenza

Per capire perché quella frase di Bangley sia così significativa bisogna partire da ciò che, almeno nella sua formulazione classica, dovrebbe essere il sogno americano.

Non esiste una definizione unica, naturalmente. Per il Pew Research Center indica un'idea vecchia di circa un secolo secondo la quale negli Stati Uniti chiunque dovrebbe poter raggiungere il successo attraverso il duro lavoro e la determinazione.

Ma quando gli americani vengono interrogati sulla sua possibilità concreta, il quadro si fa molto meno rassicurante.

Nel 2024 il 53% degli adulti statunitensi intervistati da Pew riteneva ancora possibile raggiungere il sogno americano. Il 41%, invece, pensava che fosse stato possibile in passato ma non lo fosse più. La distanza generazionale era evidente: tra gli under 50 soltanto il 42% riteneva ancora raggiungibile quel sogno.

Il sogno, dunque, non è scomparso. Ma non è nemmeno più quella certezza collettiva che la cultura popolare americana ha spesso raccontato ed è qui che The Dog Stars diventa interessante.

Il film è ambientato nel 2035, dopo una pandemia che ha decimato la popolazione. Hig (Jacob Elordi) vive isolato insieme al suo cane Jasper e a Bangley, un ex militare che si occupa della sicurezza della loro piccola comunità. Hig vola sul territorio alla ricerca di altre persone; Bangley, invece, sorveglia il perimetro e reagisce alle minacce con le armi.

La differenza tra i due è fondamentale. Hig cerca ancora un contatto umano, qualcosa che assomigli a una comunità. Bangley crede soprattutto nella separazione, nella diffidenza e nella capacità di proteggere ciò che è proprio.

La critica di Slant ha letto proprio in questa contrapposizione uno dei nodi del film: da una parte il desiderio di connessione di Hig, dall'altra l'isolamento di Bangley, la cui idea di sopravvivenza passa anche dall'accumulo di risorse e armi cariche. È in questo contesto che arriva quella frase sul sogno americano.

Il paradosso è evidente: che cosa resta del sogno quando la possibilità di costruire una vita migliore viene sostituita dalla necessità di difendere quella che è rimasta? È come se la vecchia frontiera americana avesse cambiato forma.

Un tempo la frontiera cinematografica era il luogo dell'espansione: andare oltre, conquistare uno spazio, costruire una casa, una fattoria, una città. Nel post-apocalisse di Scott la frontiera è diventata il confine da non oltrepassare. Non si tratta più di conquistare il territorio, ma di impedire che qualcun altro lo prenda.

La libertà non è più necessariamente la possibilità di andare dove si vuole, ma può diventare la possibilità di impedire agli altri di entrare.

Noi siamo quelli che si difendono: gli altri sono la minaccia

È qui che il film diventa più disturbante. Non perché mostri la violenza: il cinema americano lo fa da sempre. La questione interessante è come la violenza viene distribuita moralmente tra chi la esercita e chi la subisce.

In The Dog Stars Bangley è costruito intorno a una regola estremamente semplice: prima sparare, poi eventualmente fare domande.

Il Boston Globe ha sintetizzato il suo comportamento proprio attraverso questa logica, descrivendolo come un uomo che sorveglia il territorio e "shoots first and asks questions later", ma il problema non è soltanto che Bangley sia armato.

Il problema è che, in un mondo nel quale gli altri vengono definiti innanzitutto come potenziali minacce, l'azione preventiva può smettere di apparire come aggressione e trasformarsi narrativamente in autodifesa.

Se io sono quello che protegge la mia casa e tu sei quello che potrebbe entrarci, la mia violenza può essere raccontata come necessaria mentre la tua viene descritta come barbarie. Se io sparo perché temo che tu possa sparare, la distinzione tra difesa e attacco diventa molto più difficile da individuare.

Il Boston Globe ha criticato in particolare il modo in cui vengono rappresentati gli outsider: una massa di personaggi tatuati e armati che viene visivamente associata a stereotipi da vecchio western e contrapposta a uomini bianchi dotati di armi potenti.

Slant ha sviluppato una lettura simile, parlando dell'estetizzazione di orde primitive che cadono davanti a uomini bianchi esperti nell'uso dei fucili e collegando questa scelta all'immaginario reazionario della nuova frontiera.

Peccato che nel contesto contemporaneo questa rappresentazione assume connotati allarmanti. Non significa che il film debba essere ridotto alla parola "propaganda". Sarebbe una conclusione troppo semplice e non dimostrabile soltanto attraverso queste scelte narrative, eppure la domanda rimane.

Perché, in tanta parte dell'immaginario americano, il protagonista armato continua a essere colui che ristabilisce l'ordine mentre l'armato che sta dall'altra parte del confine diventa automaticamente il caos da eliminare?

L'America che protegge se stessa

A questo punto The Dog Stars può essere tolto per un momento dalla sua ambientazione, perché il rapporto tra Ridley Scott, la guerra, l'America e la rappresentazione della violenza non nasce nel 2026.

Il precedente più evidente è Black Hawk Down, il film del 2001 dedicato alla battaglia di Mogadiscio del 1993. Anche in quel caso la lettura del film è stata tutt'altro che univoca.

Roger Ebert lo ha considerato soprattutto un tentativo di raccontare dall'interno l'esperienza dei soldati americani intrappolati sotto il fuoco, sottolineando come il film evitasse, a suo giudizio, i discorsi politici espliciti e si concentrasse sulla dimensione umana del combattimento.

Altri critici, invece, hanno visto proprio lì il problema.

Il Guardian ha contestato la rappresentazione fortemente sbilanciata del conflitto, osservando come i soldati americani vengano mostrati attraverso una dimensione eroica e individuale mentre i combattenti somali appaiano spesso come una massa anonima e minacciosa.

Anche studi accademici hanno analizzato Black Hawk Down come un film nel quale Mogadiscio viene trasformata in una sorta di spazio "ferale", capace di mettere in crisi la superiorità tecnologica e militare statunitense. Il punto non è stabilire quale di queste interpretazioni sia "quella vera".

È osservare quanto sia potente, nel cinema di guerra e nel cinema d'azione, la grammatica che mette da una parte una civiltà da proteggere e dall'altra un territorio da cui proviene la minaccia. Con The Dog Stars quella grammatica viene semplicemente trasferita altrove.

Non c'è Mogadiscio, ma un'America svuotata, ridotta all'essenziale, nella quale gli uomini rimasti devono decidere che cosa meriti di essere salvato e la risposta del film è tutt'altro che neutrale sul piano delle immagini: armi, territorio, comunità chiuse, diffidenza verso gli estranei, uomini pronti a combattere.

È significativo, inoltre, che lo stesso Scott abbia presentato il film in termini meno cupi di quanto potrebbe far pensare la sua superficie. Reuters ha descritto The Dog Stars come una storia distopica ma attraversata dall'ottimismo e dalla possibilità della connessione umana.

Questo però ha creato un ulteriore cortocircuito: il punto non è chiedersi se Scott voglia celebrare la violenza, è chiedersi quanto sia diventato normale raccontare la violenza come il prezzo inevitabile della sopravvivenza.

Se il sogno americano non basta più, cosa rimane?

È questo il nodo in cui The Dog Stars smette davvero di essere soltanto un film post-apocalittico. Infatti, l'apocalisse cinematografica ha quasi sempre una funzione precisa: togliere tutto ciò che è superfluo per vedere che cosa rimane degli esseri umani.

Scott elimina lo Stato, il mercato, la sicurezza, le istituzioni, la normalità, lasciando una domanda molto semplice: di che cosa abbiamo bisogno per sentirci al sicuro? La risposta è molteplice: una comunità; la fiducia; la capacità di ricominciare oppure può essere un'arma.

Questa ambivalenza rende il film più interessante di quanto suggerisca una semplice lettura "pro-America". Perché Hig e Bangley non sono soltanto due personaggi: rappresentano due risposte differenti alla fine del mondo.

Bangley pensa che la sopravvivenza dipenda dalla capacità di chiudersi, mentre Hig continua a cercare qualcuno con cui condividere il futuro e il film, almeno in parte, lascia che queste due esigenze convivano.

Se per generazioni quel sogno ha significato la possibilità di migliorare la propria condizione, oggi perché continua a essere così potente un immaginario nel quale la libertà viene associata soprattutto alla capacità di difendere ciò che si possiede?

I dati suggeriscono che gli americani stessi non hanno una risposta univoca. La differenza era ancora più marcata per reddito: il 64% degli adulti appartenenti alle fasce di reddito più alte considerava il sogno ancora possibile, contro il 39% tra quelli a reddito più basso.

Il sogno, quindi, non è morto (o quasi), ma è diventato un terreno di contesa. Se nella realtà gli USA discutono di mobilità sociale, disuguaglianze, sicurezza, immigrazione, ruolo dello Stato e possibilità di una vita migliore, sullo schermo l'America continua spesso a funzionare come un luogo simbolico nel quale, quando tutto il resto fallisce, qualcuno sa cosa fare: prendere il controllo, difendere il confine, usare la forza, salvare ciò che rimane.

È un'immagine potentissima. Ma è anche un'immagine che il mondo contemporaneo rende sempre più difficile accettare senza fare domande. Basta guardare fuori dal cinema.

In Ucraina, l'ONU ha verificato almeno 372 civili uccisi e 2.349 feriti nel solo agosto 2026, mentre nei primi otto mesi dell'anno il numero di vittime civili è già risultato superiore a quello registrato nell'intero 2025.

A Gaza, le Nazioni Unite continuano a documentare vittime civili, attacchi e condizioni umanitarie estremamente gravi, mentre sottolineano che la ricerca di obiettivi militari non elimina gli obblighi di protezione della popolazione civile previsti dal diritto internazionale.

Non è necessario sostenere che The Dog Stars parli dell'Ucraina o di Gaza. Non lo sappiamo, e non ci sono elementi per attribuire a Scott una simile intenzione. È sufficiente osservare che il film arriva in un mondo nel quale la domanda su chi possa usare la forza, quando e in nome di quale idea di sicurezza non è affatto teorica.

Il sogno americano esiste ancora?

Forse la risposta più interessante è che il sogno americano non è scomparso, è cambiato, moltiplicato. Esiste ancora l'America della possibilità, del successo, dell'invenzione, della mobilità sociale e dell'idea che una persona possa costruirsi da sola il proprio futuro.

Ma esiste anche un'altra America, quella della frontiera permanente, dell'individuo che non si fida delle istituzioni, della casa trasformata in fortino, dell'arma considerata garanzia di libertà e della convinzione che, quando arriva la minaccia, bisogna essere pronti a difendersi prima ancora di sapere esattamente chi abbiamo davanti.

The Dog Stars mette queste due Americhe una accanto all'altra personificandole in Hig che guarda oltre il proprio perimetro e Bangley che guarda il perimetro.

Questa è la domanda che il film lascia sul tavolo, anche al di là delle sue intenzioni e dei suoi limiti: che cosa succede al sogno americano quando la promessa di costruire il futuro viene sostituita dalla necessità di proteggere il presente?

Perché il sogno di una casa può trasformarsi nella paura di perderla, la libertà può diventare il diritto di difendersi, l'autodeterminazione può diventare isolamento e la frontiera, da luogo nel quale andare incontro al futuro, può trasformarsi nel muro che impedisce al futuro di entrare.

Forse è per questo che quella frase di Bangley rimane in testa: "Stiamo vivendo il fottuto sogno americano". Peccato che la battuta arrivi in un momento in cui il sogno sia già crollato. Vale la pena allora cambiare domanda? A quale sogno stiamo ancora raccontando quando diciamo "America"?

Perché se per continuare a credere nel sogno abbiamo bisogno di un uomo con un fucile, di un nemico oltre il cancello e di un mondo da salvare con la forza, forse quel sogno non è morto: è semplicemente diventato un altro film.

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