Sono passati due anni dalla rielezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Il 5 novembre 2024, ha vinto le elezioni presidenziali contro la candidata dem Kamala Harris. Trump, alla sua terza corsa presidenziale, è riuscito ad ottenere il secondo mandato non consecutivo.
L'economia e l'immigrazione sono stati due cavalli di battaglia per il tycoon che ha affrontato i primi due anni del secondo mandato con il sostegno del Senato e della Camera dei Rappresentanti a maggioranza repubblicana. Un elemento importante per attuare la propria agenda.
Donald Trump si è insediato il 20 gennaio 2025 e, fin dal primo giorno, ha firmato ordini esecutivi volti ad apportare cambiamenti drastici. Cittadinanza, istruzione, genere e controllo dell'immigrazione sono solo alcuni dei temi sui quali è intervenuto il presidente americano. L'agenda di Trump ha sconvolto anche la politica estera americana con ripercussioni anche a livello internazionale.
Oggi, il quadro internazionale non è più lo stesso di due anni fa. Per alcuni analisti, questo è dovuto proprio all'approccio America First del presidente.
Solo pochi giorni dopo il suo insediamento, Trump ha annunciato i primi dazi contro Canada, Messico e Cina e ha poi esteso le tariffe commerciali alla maggior parte dei paesi, senza fare distinzione tra alleati, partner tradizionali e rivali storici.
In certi casi, i dazi sono diventati un'arma geopolitica e, in altri, sono sfociati in una guerra commerciale. A distanza di due anni dal suo insediamento alla Casa Bianca, proseguono, per esempio, le tensioni tra gli Stati Uniti e il loro vicino, nonché partner storico, il Canada, mentre con la Cina è in corso una tregua commerciale.
Al Forum Economico Mondiale di Davos del 2026, diversi leader mondiali hanno evidenziato una rottura dell'ordine mondiale basato sulle regole costruito nel dopoguerra e la fine del multilateralismo così come lo si conosceva fino a pochi anni fa.
Uno dei discorsi più incisivi in questo senso è stato quello del primo ministro canadese, Mark Carney. Carney ha parlato, in quell'occasione, della fine dell'ordine mondiale basato sulle regole e ha esortato le potenze medie a collaborare per un mondo più resiliente con un richiamo alla cooperazione.
Dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, il tycoon si era vantato più volte anche di essere un pacificatore. Nel primo anno del suo mandato faceva notare come avesse posto fine a “sette guerre in sette mesi” e poi ad “otto in otto mesi”. L'inizio del conflitto con l'Iran rappresenta una contraddizione rispetto alle rivendicazioni di Trump di essere un presidente che non inizia le guerre.
L'inizio del conflitto in Medio Oriente ha inoltre portato ad un'impennata del costo del petrolio e ha messo sotto pressione le catene di approvvigionamento. L'aumento dei costi dell'energia ricorda quanto l'economia mondiale sia interconnessa. Tutti i paesi del mondo hanno risentito infatti delle conseguenze delle tensioni nella regione, anche se con effetti diversi da nazione a nazione.
Negli ultimi due anni anche la dottrina Monroe è tornata attuale. L’amministrazione Trump mira a delineare la propria area di dominazione dall’Artico al Sudamerica, territori che considera il suo “cortile”. Basti ricordare i sequestri delle petroliere nei Caraibi e l'operazione statunitense in Venezuela, che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro il 3 gennaio 2026.
La stessa logica, che un tempo metteva in guardia le potenze europee contro ulteriori colonizzazioni nell'emisfero occidentale, è riemersa in chiave MAGA anche nelle tensioni che riguardano, per esempio, Cuba e Groenlandia.
Durante il secondo mandato di Trump è stata smantellata anche l'agenzia statunitense per gli aiuti internazionali, USAID. Sotto la dottrina America First, anche questa agenzia di assistenza multilaterale ha subito un rimodellamento. Le sue operazioni sono state interrotte e le funzioni restanti sono state trasferite al dipartimento di Stato.
La strategia successiva si è focalizzata infatti sui rapporti bilaterali, sui fondi erogati ai governi partner e su un focus più ristretto sulla sicurezza sanitaria globale. Dall'altro canto, questo si traduce in un disimpegno multilaterale degli Stati Uniti, con un effetto domino sui paesi più vulnerabili, sia per quanto riguarda gli aiuti sanitari sia per le conseguenze più ampie sull'economia, sull'insicurezza alimentare, sulla spinta migratoria e sulla geopolitica.
Il soft power degli aiuti umanitari e della cooperazione è stato quindi smantellato o, in alcuni casi, politicizzato.
Negli ultimi due anni, l'amministrazione Trump ha anche ufficialmente ritirato gli Stati Uniti dall'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e dall'Accordo di Parigi sul clima.
L'uscita degli USA dall'OMS ha privato l'agenzia dell'ONU del suo principale finanziatore mettendo a rischio programmi globali come quelli sull'HIV/AIDS o sulla malaria. Il ritiro dall'Accordo di Parigi, invece, potrebbe segnare un ulteriore rallentamento nel raggiungimento degli obiettivi globali sul clima.
Uno smantellamento che riguarda anche i trattati storici sul controllo degli armamenti mentre cresce l’attenzione sul riarmo. Un pilastro centrale di questa nuova corsa agli armamenti è stata la mancanza di un eventuale intesa sulla proroga o rinegoziazione del trattato New START che riguarda la riduzione delle armi nucleari. Un altro elemento è l'ambizioso progetto Golden Dome, il sistema di difesa missilistica voluto da Trump che punta a rafforzare le capacità difensive americane.
In questo contesto si inserisce anche il nuovo obiettivo di spesa militare della NATO voluto da Trump. Durante il vertice dell'Aja del giugno 2025, gli alleati hanno concordato di aumentare gli investimenti nella difesa fino al 5 per cento del PIL entro il 2035.
Trump è stato, quindi, il protagonista di questa nuova epoca di cambiamenti drastici che hanno portato a maggior polarizzazione e sconvolgimento degli equilibri mondiali.